Chiesa di Santa Maria Maddalena

Chiesa di Santa Maria Maddalena
La chiesa parrocchiale dedicata a Santa Maria Maddalena è un edificio imponente, la cui costruzione nell’aspetto attuale iniziò nel 1664 e terminò intorno al 1682 con la facciata che doveva imitare la Cattedrale di Cagliari. La facciata venne poi modificata nel 1715 e nel 1724, quando alla destra del prospetto principale venne eretto il campanile a canna quadra a due ordini, cui si sovrappongono la cella campanaria, il terminale ottagono con orologio ed il cupolino terminato nel 1752.L’interno, con volta a botte piuttosto alta (probabilmente realizzata intorno al 1775) è a quattro campate, con sottarchi in pietra poggianti su un’alta cornice dentellata.
Chiesa di Sant’Antonio da Padova

Chiesa di Sant’Antonio da Padova
La chiesa, in cui si svolge una delle feste più sentite, sorge all’estremità occidentale del paese. La facciata è sormontata da un campanile a vela con 2 arcate a sesto acuto. All’interno si accede attraverso un ampio portico addossato alla navata, con larghi archi in pietra e mensole che un tempo reggevano una copertura lignea. Il muro di fondo è dominato dall’altare in pietra suddiviso da 4 lesene: le due interne sono decorate a fogliame con rilievo piatto. Tutto l’insieme è poi diviso in orizzontale da una doppia trabeazione (ovvero il complesso dell’architrave, del fregio e della cornice).
Chiesa di San Salvatore

Chiesa di San Salvatore
Questa chiesa è passata alla storia per la battaglia svoltasi nelle sue vicinanze nel 1470, nella quale Leonardo Alagon riportò la vittoria contro il viceré Niccolò Carroz.Di pianta rettangolare, presenta un campanile a vela che si erge nella facciata spoglia. All’interno 4 alti e robusti pilastri sostengono una copertura su travi lignee, ai cui capi si trovano interessanti mensole in legno intagliato.Non lontano dalla chiesa si trova una struttura nuragica attualmente in fase di scavo e pietrame nuragico è anche inglobato nella struttura della stessa chiesa, il che lascia supporre che essa sia sorta su un precedente luogo di culti precristiani, probabilmente dedicati alla sacralità delle acque.
L’Abbazia di San Michele in Thamis

L’Abbazia di San Michele in Thamis (Sec.XII)
Per giungere al luogo nel quale sorgeva questa importante abbazia del Giudicato d’Arborea, distante appena due chilometri da Uras, bisogna Superare la Superstrada 131 e imboccare la provinciale 442 che conduce a Morgongiori. Dopo alcune centinaia di metri si svolta a sinistra lungo la strada a fondo naturale che conduce alle vecchie cave di perlite. Accanto a quella strada scorre il Rio Thamis, e la zona è ricca di nuraghi:Arbu, Bentu Crobis, Serdis; quà e là i resti di cave di pietra utilizzate negli anni Cinquanta. Dell’abbazia rimangono alcuni muri che delimitano diversi vani, ingombri delle pietre crollate negli anni. Le basi di un muro, ancora rivestito di intonaco, delimitano un vasto rettangolo, un tempo adibito a giardino. Le rovine, ombreggiate da un grande fico, lasciano intuire l’antico splendore del sito. Le località situate intorno a Thamis sono denominate Corti Clara, Piscinas, Telas, Madala. Sulla data dell’insediamento dei monaci Vallombrosani a Thamis non si hanno notizie precise. Si sa comunque che dal 1128 al 1176 nacquero diversi insediamenti dei monaci Vallombrosani e Camaldolesi nei giudicati sardi. Nel 1128 i Vallombrosani, appoggiati da Pisa, entrarono in possesso della chiesa di San Michele di Salvenor. L’Abbazia di Thamis è presente anche nelle Bolle di Gregorio IX e Innocenzo IV nel 1227 e nel 1233. Nel 1403 l’Abbazia era guidata dal vicario di San Michele di Plaiano. Come è noto questi monasteri non erano soltanto luoghi di culto ma avevano importanza agricola e commerciale, nonché rilievo politico e militare. A Thamis i monaci vennero in possesso di estesi latifondi e qui crearono delle aziende agricole dove introdussero nuovi sistemi nell’allevamento e nelle colture; quindi svilupparono notevolmente il commercio del grano, dei legumi, del formaggio e delle pelli. Secondo padre Casu l’Abbazia di Thamis esisteva ancora verso la metà del secolo XVI in quanto il suo abate era presente ai due sinodi diocesani celebrati da monsignor Pietro Fragus, vescovo di Usellus e Terralba. Cornelio Puxeddu ha scritto nella sua ultima opera, Richiami(Cit. sez. Tavole), che «circa due anni fa sono stati trovati dei documenti nella Curia Vescovile di Ales, i quali consentono di poter affermare» che la costruzione dell’abbazia «risale, con molta probabilità, al primo cinquantennio del secolo XVI». La maggior parte degli studiosi fa invece coincidere la crisi di questi monasteri con la fine dei giudicati e l’inizio delle ostilità da parte degli Aragonesi che si erano insediati in Sardegna. Di conseguenza l’abbandono e la decadenza di queste abbazie viene fatta risalire, generalmente, intorno al 1400. Casu, parlando delle rovine di quella insigne abbazia, ricorda i resti di un grandioso acquedotto che la collegavano alla sorgente di Sonnixeddu; la scoperta di antiche tombe e oggetti religiosi, fra i quali un anello pastorale. La Tanca di Thamis, chiamata anche Tanca De Messina, dal nome del proprietario siciliano, fu acquistata dal Capitolo di Ales per la somma di 554 scudi il 28 ottobre 1785 (documento stilato da un notaio di Uras, depositato presso l’Archivio vescovile di Ales). Cornelio Pusceddu ricorda nella sua opera che fino ai primi dell’Ottocento il versante sud‑occidentale doveva essere coperto da una fitta e immensa foresta. Nel 1863 questi beni ademprivili vennero concessi alla compagnia che costruiva le ferrovie sarde e da allora la foresta venne utilizzata per la produzione del carbone e per le traversine. Da documenti dell’Archivio comunale di Uras apprendiamo che nel 1929 la Tanca di Thamis apparteneva al nobile di Mogoro don Sisinnio Paderi; negli anni Cinquanta una parte della proprietà passò a Nino Peddis di Uras, che poi la vendette al pastore Lai di Ovodda. La superficie era di circa 18 ettari.